Jalisse

Accanto a loro stavano già passando giornalisti coi microfoni pronti, altri erano al telefono. “Ci sono i nomi”, “C’è il verdetto”, “I vincitori, i vincitori”. Nessuno sembrava accorgersi di loro.

Anche tutti i cantanti che avevano preferito i camerini alla green room, ora stavano sfilando davanti agli occhi di Alessandra e Fabio per raggiungere il retro palco dove sarebbero stati annunciati i vincitori così che ci si potesse preparare a tornare sul palco dell’Ariston.

Era appena passata Anna Oxa, dietro un paio di fotografi. Lei era la superfavorita sin dall’inizio.

Mike Buongiorno aveva giustificato la sua lunga assenza dalle scene raccontando al pubblico della sua recente maternità e ingraziandosi, così, i favori di tutte le madri italiane.

L’intera macchina sanremese indicava lei come trionfatrice.

Già nell’incedere interpretava la vittoria, saturava l’aria, la riempiva di sé.

Quella sera, poi, era stata meravigliosa sul palco; vestita con un tubino intrigante e trasparente, aveva cantato una canzone strepitosa. Una vera diva.

Non se ne vedevano più di dive così.

L’ultima era lei, l’originale.

Senza dubbio quella da incoronare. Era una dea che era scesa dall’Olimpo e sicuramente non si accontentava solo di aver partecipato.

Voleva vincere e non intendeva rinunciarci.

Poteva accettare di giocarsela con una personalità dai suoi stessi carati come Patty Pravo, ma non accettava, certo, essere scalzata da una ragazzona del triveneto sbucata fuori dal nulla.

Lei e la sua frangetta impertinente.

E che per giunta si presentava al Festival con un ragazzo dall’aria svagata.

Ma Alessandra aveva qualcosa di nuovo, una freschezza nei lineamenti, una pulizia nello sguardo insieme a una sensualità nella voce che faceva sognare.

Era femmina. E lasciava intravedere la madre che sarebbe stata.

Un cocktail esplosivo di bellezza, fascino e affidabilità.

Era ciò che ogni italiano avrebbe desiderato aver accanto.

Era questo il vero motivo per cui i discografici avevano insistito con l’idea di condire la loro relazione con una spolverata di mistero: Alessandra doveva risultare ancora disponibile, ancora libera di scegliere uno qualunque, uno solo, un fortunato e farne il suo uomo. Come con un biglietto vincente in una lotteria.

Non era inarrivabile come altre passate su quel palco, era reale. Splendida e vera. Evocava completi da notte portati in dote dalla nonna, biancheria pulita nei cassetti ma aveva anche un talento raffinato capace di commuovere e fare sognare.

Quella voce di velluto, insieme alla totale inconsapevolezza della potenza deflagrante del suo fascino, avevano stregato l’Italia.

Già dalla prima sera.

Era una vera donna.

Non se ne vedevano più di donne così.

L’ultima era lei, l’originale.

Ora era solo stanca.

… Dunque quei due ragazzi qualsiasi che, all’inizio del Festival, erano praticamente sconosciuti, subito dopo aver fatto il salto tra i Big si ritrovarono richiesti da tutti: radio, TV e fans. La gente per strada canticchiava il loro motivo, i colleghi si congratulavano, i giornalisti si sperticavano in elogi. L’Italia si era fatta sedurre da quei due giovani che facevano una musica fresca e nuova, si era innamorata di Alessandra e li voleva premiare.

Fu così che per la Doxa i Jalisse stravinsero.  Fu un fiume di consensi oltre che di parole.

Arrivarono consensi dalle giurie  del Nord, del Centro, del Sud, delle Isole.

I Jalisse vinsero all’unanimità. Sembrava si fossero messi d’accordo gli italiani per non disperdere neanche un voto. Fu un plebiscito. C’erano altre canzoni che poi sarebbero entrate di diritto nella storia della musica italiana.

C’era Syria con “Sei tu”, c’era Nek con “Laura non c’è”, c’erano Toto Cotugno e Loredana Bertè.  C’era Tosca che aveva vinto l’anno precedente insieme a Ron.

C’erano i Pittura Freska che volevano un papa di colore.  C’era la Oxa, la Pravo, la Consoli, la Salemi e i Dirotta su Cuba. Ma anche Leali, Baccini, Al Bano e Ranieri.

L ’Italia, però, aveva scelto loro: i Jalisse. Tantissimi voti li separavano dalla seconda arrivata: Anna Oxa.

Tantissimi voti li separavano dalle più rosee previsioni. Erano finiti gli anni delle vittorie certe a Sanremo, già dopo l’Epifania.

Erano finiti gli anni in cui le vittorie si decidevano a tavolino.

Il pubblico non si lasciava più incantare da classifiche solo da montare, come una libreria dell’ IKEA.

La gente aveva voglia di sapere che il podio di Sanremo non era stato preparato fresco e congelato all’istante qualche mese prima dagli addetti ai lavori.

Voleva potersi considerare parte attiva.

Eravamo ancora lontani dai reality, dai “push the botton” che rendevano il pubblico sovrano e a cui era permesso decidere le canzoni da ascoltare e da incoronare ma quell’anno, e proprio quell’anno, il pubblico voleva dire la sua. Come un giurato.

Il pubblico voleva scegliere i propri sogni.

Voleva recuperare la dignità e il valore dell’essere spettatore.

Non ci stava più ad essere manipolato.

Voleva sapere che ci poteva stare un colpo di scena, un ribaltamento dei pronostici.

Va detto che quell’anno il Festival di Sanremo si apprestava a vivere una grande trasformazione che era iniziata parecchi anni prima ed esattamente nel 1990.

La sera del 3 marzo di quell’anno la trasmissione televisiva “Striscia la notizia” svelò in anteprima i nomi dei tre vincitori del Festival di Sanremo. A dir la verità nessuno ci fece molto caso: queste rivelazioni avevano più il sapore del finto scoop inventato da una trasmissione giovane e irriverente. Sembrava andassero a rimpolpare le polemiche d’ordinanza del festival, piuttosto che sconvolgere i palazzi.

Sembrava insomma che quelli di Canale 5 andassero un po’ a casaccio.

Ma la tripletta vincente che una settimana dopo salì sul podio del Festival, fu effettivamente quella segnalata da Striscia.

Poteva essere stato un caso ma gli anni successivi l’attenzione da parte di tutti media e del pubblico si moltiplicò.

Ogni anno c’erano i grandi favoriti e ogni anno c’erano aspettative deluse e conferme di dicerie.

Tutte diatribe che facevano parte del rito sanremese.

Facevano parte dell’essere italiano: Pizza, mandolino e polemiche sul Festival.

Tra le polemiche da cortile, conferme di chiacchiere e sorprese spiazzanti si arrivò, dunque, all’edizione del 1996.

La sera del 24 febbraio, poco prima dell’inizio della serata finale della manifestazione,

su Canale 5, andava in onda “Striscia la notizia” che, con peculiare sicumera, annunciava ai telespettatori il nome del vincitore, se pur nascosto in un quesito di enigmistica: Rosa Fumetto, Lino Banfi, Vince Tempera.

A mezzanotte e mezza circa, la quarantaseiesima edizione del Festival di Sanremo premiava Rosalino Cellammare, in arte Ron, insieme a Tosca, con la loro “Vorrei incontrarti fra cent’anni”. Musica di Ron, testo di Ron e Shakespeare.

Rosa-Lino-Vince, appunto.

Il pubblico, però, sapeva di aver votato una canzone ironica e beffarda presentata da Elio e le storie tese.

Il gruppo era sempre stato scanzonato nella sua carriera e particolarmente folle durante la settimana della kermesse.

Si erano divertiti e avevano divertito. L’Italia dei cachi si era presa gioco dei regolamenti, aveva sorpreso, aveva dato spettacolo. Con loro si era alleggerita una manifestazione che era sì rappresentativa della canzone italiana, ma aveva su due dita di polvere.

Ma un gruppo s-canzonato si sa, difficilmente può vincere un Festival della canzone, appunto.

I carabinieri aprirono un’inchiesta.

Il pubblico si offese. Sapeva di aver votato tutt’altro titolo e si sentì intimamente tradito.

La gente aveva deciso che “La terra dei cachi” era molto più rappresentativa del nostro bel paese di tante altre melodie, orecchiabili e melense.

Quell’anno il pubblico aveva accettato l’inganno ma l’anno successivo, appunto il 1997, era agguerrito. Non intendeva farsi prendere in giro una seconda volta. Se così fosse stato l’audience sarebbe calato e con lui gli investimenti degli sponsors.

Quindi, di fronte a tanto strapotere del popolo sovrano, l’organizzazione del Festival e tutta la Rai, non potevano accontentare nessun’altro.

Il pubblico aveva scelto i Jalisse.

Dovevano vincere loro.

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