Un popolo in ciabatte – Sinossi

Siamo nella primavera del 2009. Una giovane donna sta andando, in auto, da Roma a Rimini per lavoro. Viaggia di notte, è sola.

Si chiama Valeria, abita a Milano, è titolare di un negozio di scarpe in centro, non è sposata, né ha figli.

Mentre per lavoro spesso le capita di viaggiare, la sua vita sembra rimanere in stallo, sempre uguale a se stessa.

All’altezza di Aquila est, forse per una solidarietà bizzarra con la sua esistenza, anche la sua Ford si ferma irrimediabilmente.

Lei finirà in un campo di tende della Protezione Civile, quelli sono i giorni del post-terremoto e gli alberghi sono tutti pieni, nella paradossale condizione di dover essere aiutata dai terremotati stessi.

La sosta, forzata per qualche giorno, visto che molte autofficine sono chiuse e l’unica aperta è fin troppo impegnata a gestire l’emergenza, le farà incontrare un’umanità sofferente e palpitante: uomini e donne, vecchi, bambini, giovani madri con figli molto piccoli, ragazzi costretti a crescere in fretta e persone diversamente abili, clown dottori e dottori veri, pompieri, militari e civili volontari, italiani ed extracomunitari.

Gente di diversa estrazione culturale e di diversissimi ceti sociali accomunati dall’esperienza di essere uomini. Un’umanità sovrabbondante e commovente.

Una giostra di persone avvicinate per caso o per volontà da una condizione estrema. Dolore, fatica, pietà, disperazione e sbigottimento, paure ed egoismi, speranze e gioie, tutti dentro questo treno di esistenze sorpresi da una terra che trema e certezze che vacillano.

Valeria cercherà prima di allontanarsi in fretta, riuscendo anche a tornare a casa, troppo spaventata da tutto ciò, poi farà un tentativo incerto di trarre un qualche vantaggio per la sua attività e infine si renderà disponibile a lavorare dopo l’emergenza, imparando che la prima a dover essere ricostruita era lei. Accetterà di condividere quel destino di “mendicante”, fino a farsi scambiare per una terremotata, mentre cadranno le sue ipocrisie e le presunte ambizioni. Si sporcherà le mani e si comprometterà il cuore, scoprendo che mai in vita sua si è sentita più vera di quando si è definita terremotata da una vita, senza sapere di esserlo, in perenne stato di calamità naturale e in attesa di ricostruzione.

Il terremoto le rimarrà dentro come un anticorpo, come un tatuaggio antico, come una necessità dell’anima per non annegare nelle sabbie molli flaccide di chi si sente sistemato.

Un racconto ironico e vibrante che svela, da un punto di vista diverso la tragedia accaduta in Abruzzo che ha scosso l’Italia intera e l’ha fatta sentire unita.

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