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Luisa Spagnoli e Giovanni Buitoni si incontrano e inventano un cioccolatino che chiamano dapprima “cazzotto” e poi BACIO PERUGINA.Logo-Destini-Incrociati

 

Un popolo in ciabatte – incipit

Pubblicato: 20 novembre 2011 in scrittrice

I viaggi di notte, in autostrada, hanno sempre un certo fascino. Di notte non ci sono più né vinti, né vincitori.

La notte è zona franca.

Perché la notte non ha pretese, vive il suo temporaneo armistizio dalle ansie della vita, rimandando il tutto al giorno dopo.

Ma andiamo per ordine.

Mi chiamo Valeria. Ho trentacinque anni…

Ho già trentacinque anni.

Non sono sposata, né fidanzata.

Non ho nemmeno figli.

Mentre veleggio sicura verso la mia menopausa mi guadagno da vivere vendendo scarpe. Ho un piccolo negozio. Una luce sola, in centro a Milano, però, in via Solferino.

È un vecchio negozio di famiglia. Lo aveva aperto mio nonno prima della guerra. Poi lo ha gestito mia madre con le sue due sorelle e adesso è passato a me.

Vendere scarpe non mi dispiace, non so se l’avrei scelto come mestiere però non mi dispiace affatto.

Se fosse stato per me avrei più facilmente messo su una “minchioteca” in centro: uno di quei deliziosi negozietti pieni di roba… portacandele improbabili, appoggia-vivande con su stampata la faccia di Audrey Hupburn, appendiabiti in pailettes…insomma cose inesorabilmente inutili e vagamente decorative.

Invece vendere scarpe mi riporta coi piedi per terra.

Il mocassino, in questo caso, aiuta.

E poi mi piace immaginare chi comprerà cosa.

Vinco se azzecco i gusti.

Come un gioco.

Un popolo in ciabatte – sinossi

Pubblicato: 20 novembre 2011 in scrittrice

Siamo nella primavera del 2009. Una giovane donna sta andando, in auto, da Roma a Rimini per lavoro. Viaggia di notte, è sola.

Si chiama Valeria, abita a Milano, è titolare di un negozio di scarpe in centro, non è sposata, né ha figli.

Mentre per lavoro spesso le capita di viaggiare, la sua vita sembra rimanere in stallo, sempre uguale a se stessa.

All’altezza di Aquila est, forse per una solidarietà bizzarra con la sua esistenza, anche la sua Ford si ferma irrimediabilmente.

Lei finirà in un campo di tende della Protezione Civile, quelli sono i giorni del post-terremoto e gli alberghi sono tutti pieni, nella paradossale condizione di dover essere aiutata dai terremotati stessi.

La sosta, forzata per qualche giorno, visto che molte autofficine sono chiuse e l’unica aperta è fin troppo impegnata a gestire l’emergenza, le farà incontrare un’umanità sofferente e palpitante: uomini e donne, vecchi, bambini, giovani madri con figli molto piccoli, ragazzi costretti a crescere in fretta e persone diversamente abili, clown dottori e dottori veri, pompieri, militari e civili volontari, italiani ed extracomunitari.

Gente di diversa estrazione culturale e di diversissimi ceti sociali accomunati dall’esperienza di essere uomini. Un’umanità sovrabbondante e commovente.

Una giostra di persone avvicinate per caso o per volontà da una condizione estrema. Dolore, fatica, pietà, disperazione e sbigottimento, paure ed egoismi, speranze e gioie, tutti dentro questo treno di esistenze sorpresi da una terra che trema e certezze che vacillano.

Valeria cercherà prima di allontanarsi in fretta, riuscendo anche a tornare a casa, troppo spaventata da tutto ciò, poi farà un tentativo incerto di trarre un qualche vantaggio per la sua attività e infine si renderà disponibile a lavorare dopo l’emergenza, imparando che la prima a dover essere ricostruita era lei. Accetterà di condividere quel destino di “mendicante”, fino a farsi scambiare per una terremotata, mentre cadranno le sue ipocrisie e le presunte ambizioni. Si sporcherà le mani e si comprometterà il cuore, scoprendo che mai in vita sua si è sentita più vera di quando si è definita terremotata da una vita, senza sapere di esserlo, in perenne stato di calamità naturale e in attesa di ricostruzione.

Il terremoto le rimarrà dentro come un anticorpo, come un tatuaggio antico, come una necessità dell’anima per non annegare nelle sabbie molli flaccide di chi si sente sistemato.

Un racconto ironico e vibrante che svela, da un punto di vista diverso la tragedia accaduta in Abruzzo che ha scosso l’Italia intera e l’ha fatta sentire unita.

dove altro devi andare – incipit

Pubblicato: 20 novembre 2011 in scrittrice

Pedalata dopo pedalata sentiva il sudore scendere, mischiarsi alla pioggerella che stava venendo giù e appiccicargli i capelli alla faccia.

L’aria entrava dalla bocca asciugandogli la saliva e le speranze. Anche gli occhiali si erano appannati dal vapore che trasudava dal suo viso.

I camion passavano senza tregua, su quella strada provinciale, facendo traballare la bici. A Martino tornava in mente sua madre che tante volte si era fatta giurare che non sarebbe mai passato per quella strada: “È pericolosa, come solo poche altre cose a questo mondo”, ma era anche la più veloce e lui, quella sera, doveva rischiare.

Stringeva le mani sul manubrio, quasi a sbriciolarne le manopole mentre il buio si stava avvicinando, inesorabile come il lupo cattivo nelle favole.

La molletta da bucato che aveva messo sui pantaloni, sentiva che sbatacchiava sui raggi. “Mollettina, ti prego, non tradirmi, non sganciarti. Non stasera”. Tutto era andato storto in quel pomeriggio di metà inverno.

….

Il figlio di puttana

Pubblicato: 20 novembre 2011 in attrice

Quante amiche che ho.

Poi alcune sono bellissime, con un lavoro interessante, intelligenti, simpatiche, colte…e sole.

Dici, sì, ma dove sta la fregatura, perchè una così, per essere ancora sola deve nascondere una fregatura che so io ha tre culi……e invece no, sono assolutamente regolamentari.

Solo che sono sole.

Solo un tipo d’uomo riesce irrimediabilmente ad attrarle:

IL FIGLIO DI PUTTANA.

Affascinante moro dall’aspetto consumato, sofferente, stropicciato, tendente al rachitismo, spesso lo trovi a fare un lavoro creativo ma ATTENZIONE deve essere assolutamente inappagato.

Infelice, insoddisfatto, inquieto, tormentato.

E questo a noi donne non si sa perché scatena delle fantasie incontrollabili, prese dalla sindrome di Madame Curie (Florence Nightingale) o da quella più banale della D’ Eusanio, alè tutte crocerossine, e su e giù per le corsie della sua psiche, coltivando il sogno di vederlo un giorno stare bene, sorridere, RIDERE per poter dire : io c’ero. Come per la caduta del muro di Berlino.

Ed è così che ci immoliamo per la causa.

Lui sempre più perso nei suoi mondi interiori come un croato sordomuto a Piazzaffari…noi sempre più eroine, col naso appiccicato sul vetro fuori dalla porta, in perenne attesa, attesa di un suo miglioramento, di una telefonata, di un invito ad un cinema non importa a vedere quale film…anche polacco con i sottotitoli in cirillico…un invito alla pelota…a una messa ortodossa…a un corso di colesterolo…a una gara di forfora… basta stare in sua presenza, sapere che respira e che respira accanto a noi, e nell’attesa ci ritroviamo in casa ad affogarci nella vaschetta dell’Haagen Dasz…

Ogni tanto qualche amica più sveglia di te cerca di distoglierti dal tuo stato confusionale: “Esci, non ti chiama, non ti chiamerà mai, fattene una ragione, è un cerebroleso, ma non lo vedi che è un cretino, non ti rendi conto di come ti tratta?”

E tu in lacrime- “TU NON CAPISCI, lui è molto complesso, guarda che invece è un buon segno. Vuol dire che lo metto proprio in crisi.

Infatti il “figlio di puttana” in questione ti fa su dicendo:”Come sei cara, come ti voglio bene, come farò senza di te, quando anche tu ti sarai stancata di me…”

E tu: “Ma chi ti dice che mi stanchi di te, anzi ho un’idea: sposiamoci!”

Ma lui “No, lasciami stare, io non ti merito, tu sei meravigliosa, sono io che NON SO AMARE, perché, perché non riesco più ad innamorarmi dopo…ROMOLA”.

“Ma amore, è successo quando avevate tu 8 e lei 9 anni, adesso la tua Romola vive in Australia, ha sposato un canguro e ha due figli…”

Ma poi come si fa ad essere innamorati di una con un nome simile…sarebbe meno frustrante se ci dicesse che s’è innamorato di una delle Winx.

E quando tu vieni a saper dell’esistenza dell’altra vai in crisi, e questo è il secondo errore. Dovresti vendicarti: che so io dare il suo nominativo a un assicuratore o a un piazzista di Kirby…e invece dal momento in cui scopriamo dell’esistenza dell’altra ci martella un solo pensiero:-CHE COS’HA LEI CHE IO NON HO.

C’è una sola differenza tra te e lei: lei…NON LO CAGA.

Magari gliela dà ma lo fa distrattamente senza soddisfazione… per esempio, mentre si pettina davanti a lui con indosso solo una t-shirt che, viste le dimensioni, potrebbe essere quella della Barbie, …e quando lei con tutto di fuori vede lui col testosterone entusiasta se ne esce con :

(stupita, indicando le sue parti intime completamente biotte) ”Ti piace? Ma dai pensa che ce l’ho da una vita e non l’ho mai usata… oh, se ti serve prendila”.

10 paia di scarpe da donna

Pubblicato: 20 novembre 2011 in attrice

Quello che le donne non dicono… lo dicono le scarpe.

Da ginnastica, sabot, ballerine, tacchi 12 e sandali con la zeppa, decolté bizzarre come quelle della Barbie e calze antiscivolo, stivali e stivaletti.

Scarpe alte, basse, comode, scomode ma splendide.

Le scarpe ci coccolano e ci gratificano.

Parlano per noi quando non vogliamo dire tutto.

Dicono chi siamo. In quel momento.

Un attimo prima tacco a spillo, subito dopo è già ciabatta di pelo.

Dieci paia di scarpe da donna per raccontare femminilità diverse.

Storie di donne che hanno perso e di altre che, invece, non hanno neanche giocato.

Storie di ragazze madri, troppo ragazze per essere madri.

Storie di donne che sono state attratte solo da uomini “figli di puttana”.

Donne che sono rimaste troppo sole in una vita che ha viaggiato in fretta.

Altre che portano con umorismo i segni di una malattia e, per amore, sanno sperare..

Figlie, sorelle, madri, nonne, amiche, maestre.

Se imparerai a riconoscerci ci troverai attorno a te, intente a ricostruire su terreni bruciati, su pelli scottate da poco, su dolori segreti, su umiliazioni disegnate dalla storia.

Tutte madri; alcune senza mai esserlo diventate.

All’inseguimento di quel soffio vitale che genera e rigenera, ripara e ricostruisce.

Ma sempre dolcemente e docilmente incollate alla vita.

Cercasi uomo

Pubblicato: 20 novembre 2011 in attrice

Il prodotto peggiore di questo cambiamento è la “donna manager”, mamma mia queste donne vestite dallo stesso stilista della Sig.ina Rottermeier, fanno un corso da Pittbull, mangiano patè di iena, ma non è colpa loro, se sei carina gentile e sensibile ti fanno secca al lavoro, io voglio invece poter lavorare mantenendo le mie caratteristiche di donna, non sono di meno degli uomini se sono donna sono DIVERSA,  queste vanno in ufficio vestite da Lara Croft, col calasnicof, le bombe a mano, i segni sulle guance…

Vedi in giro delle cose…come l’altro giorno, per esempio, ero sul tram, a Milano, ed è salita una donna manager…queste donne manager, un mastino, ha trovato un posto a sedere…queste se trovano un posto a sedere è finita, non si danno pace, ma stai tranquilla, fra dieci minuti sei in ufficio poi ti fai le tue belle dieci ore di lavoro filato con il tuo bello stress, ora goditela, allestiscono un vero e proprio ufficio: aprono la borsa, tirano fuori il computer, tirano fuori il telefonino, tirano fuori il fax, tirano fuori un bambino, col biberon l’allattano…a questa le ho anche sentito dire:

-Adesso, amore, vai a giocare sulla 94, che la mamma deve lavorare, eh…

 

prodotto peggiore di questo cambiamento è la “donna manager”, mamma mia queste donne vestite dallo stesso stilista della Sig.ina Rottermeier, fanno un corso da Pittbull, mangiano patè di iena, ma non è colpa loro, se sei carina gentile e sensibile ti fanno secca al lavoro, io voglio invece poter lavorare mantenendo le mie caratteristiche di donna, non sono di meno degli uomini se sono donna sono DIVERSA,  queste vanno in ufficio vestite da Lara Croft, col calasnicof, le bombe a mano, i segni sulle guance…

Vedi in giro delle cose…come l’altro giorno, per esempio, ero sul tram, a Milano, ed è salita una donna manager…queste donne manager, un mastino, ha trovato un posto a sedere…queste se trovano un posto a sedere è finita, non si danno pace, ma stai tranquilla, fra dieci minuti sei in ufficio poi ti fai le tue belle dieci ore di lavoro filato con il tuo bello stress, ora goditela, allestiscono un vero e proprio ufficio: aprono la borsa, tirano fuori il computer, tirano fuori il telefonino, tirano fuori il fax, tirano fuori un bambino, col biberon l’allattano…a questa le ho anche sentito dire:

-Adesso, amore, vai a giocare sulla 94, che la mamma deve lavorare, eh…

Oh Sublime

Pubblicato: 20 novembre 2011 in attrice

Oh, sublime coglione,

perché quando diventa verde tu non vuoi partire o per strada smetti improvvisamente di marciare

e dove già c’è una panchina tu proprio lì vuoi parcheggiare…ma certo, scusa, sei al cellulare…

oh, sublime coglione,

perché in autostrada la corsia di mezzo non vuoi proprio abbandonare,ma mai gli ottanta vuoi superare!

Ma perché ne fai una questione personale, cos’ha questa corsia di così speciale? Spostati. Non devi farne un dramma, non è come violentarti la mamma.

oh, sublime coglione,

oh, ardimentosa creatura, perché in autostrada il tuo dito mai non riposa, di aiutarti, credi, sarei desiderosa,

ma dove, dove posso andare? Tu, il mio tubo di scappamento da vicino vuoi guardare,e a me, ti assicuro fa piacere,del resto, anche se non fosse, non mi posso proprio spostare…A sinistra ho il gard rail, coi suoi oleandri a far festa, una fila d’auto davanti e serpentoni di camion a destra.Forse mi potrei dematerializzare? O forse, per farti piacere, mi potrei mettere a volare…Ma perché, perchè il tuo dito non smette mai di sfarettare,dove, dove dovrei andare, secondo te?

O sublime coglione, fattene una ragione: sei in coda.

Oh, sublime coglione,

tu, che alla guida vuoi cambiare direzione, lo fai senza esitazione, senza alcuna anticipazione,lo fai improvvisamente, come un bisogno urgente, del resto sei un artista,chi, chi ti da del teppista,vorrebbero che tu mettessi la freccia, andiamo, è più bella la sorpresa, più fantasiosa, più godereccia,L’indicatore di direzione è per chi non ha niente da fare,tu hai più classe, ti piace improvvisare,non scendi così in basso,ti piace cambiare improvvisamente traiettoria, come fanno le mosche, per poi andare dove? Sopra le merde.Saranno gagliarde?

Oh, sublime coglione,

le strisce pedonali non son decorazione, non son fatte per divertire,se qualcuno le occupa tu ti devi fermare,oddio è vero che sulle strisce pedonali, beh, non si può pernottare,e velocemente le si dovrebbe liberare,ma ti devi arrendere, il pedone non me lo puoi seccare, me lo devi lasciar passare,dai, su, sii buono,schiaccia quel pedale del freno,vedrai, non sarai meno uomo,sarai soltanto meno scemo.