la donna con il numero 340

Pubblicato: 19 novembre 2011 in scrittrice

Entrai subito nell’enorme sala d’attesa del Comune di Milano di via Larga portandomi dietro il ritmo veloce della città metropolitana.

Ma il ritmo metropolitano, si sa, mal si sposa col passo lento delle amministrazioni pubbliche e così mi dovetti, per forza, calmare.

La sala era affollata.

Mi avvicinai alla macchinetta e presi il bigliettino col numero. 356.

Sul bigliettino una specificazione: Gentile utente, ci sono 31 persone davanti a lei.

Carini a precisarlo, casomai sfuggisse.

Accanto a me si alzò una ragazza incinta. Doveva mancarle poco al parto e fece molta fatica a mettersi in piedi. Camminò goffa verso lo sportello e quando la vidi di spalle, nel suo cappotto slacciato color ruggine, mi ricordò una campana per la raccolta del vetro.

Visto che quella ragazza aveva lasciato un posto libero lo occupai io, mi tolsi il giaccone e mi soffiai il naso.

Poco più in là stava seduta un’altra donna, avrà avuto meno di quarant’anni anni. Aveva una bellezza non del tutto trascorsa ma sembrava che lei ci avesse rinunciato.

Nel fisico qualche chilo di troppo e un taglio di capelli non proprio recente.

Vestiva in maniera dozzinale: sotto al piumino verde militare un paio di jeans e un maglione largo che poteva essere stato acquistato per un uomo.

Il viso aveva ancora lineamenti dolci anche se sembravano segnati da fatica e solitudine, oltre che dagli anni.

Era truccata con cura: fondotinta, cipria, una matita scura, indovinata sugli occhi azzurri, e un rossetto delicato sulle labbra ancora carnose, ma il trucco finiva con una netta linea di demarcazione sull’ovale del viso, come se il collo non fosse più il suo o come se, solo in viso, lei si potesse ancora permettere di esprimere la sua femminilità.

Quel viso truccato con gesto veloce e sicuramente non raffinato sembrava rimanere l’ultimo brandello di una bellezza che, nella sua quotidianità, passava in secondo piano.

E a quel trucco pareva non rinunciare perché solo lui, rinchiuso nel recinto dell’ovale del volto, resisteva caparbio a urlare che la sua femminilità aveva ancora bisogno di essere amata, valorizzata, desiderata.

Nessun altro vezzo nella sua persona, nessun capriccio, non un ornamento a celebrare il suo essere donna, solo quel trucco.

Poteva essere una donna rimasta incinta troppo presto, costretta a tirar grande suo figlio, da sola, con uno stipendio di circa 1.000 euro al mese. Consapevole, nel momento in cui aveva deciso di non abortire, che avrebbe rinunciato a tanto della sua vita, senza poter più concedere troppo spazio al divertimento, allo svago o ai desideri personali.

Testa bassa a crescere suo figlio.

Una volta le ragazze che rimanevano incinte le punivano mandandole in convento; ora la società non le rifiuta ma le costringe a vivere con uno stipendio di pochi euro al mese e non ti offre nessun aiuto, nessuna agevolazione. La solitudine e l’isolamento diventano una necessità…

Ma queste erano mie divagazioni assolutamente arbitrarie.

 

Le notai le mani, non portava la fede, ma anche questo non voleva dire niente.

Il display chiamò il numero 340. Lei si alzò e andò allo sportello.

Consegnò i documenti e attese.

Lei è la madre di Marco Dell’Acqua?

Sì.

Si chiama?

Anna Dell’Acqua.

Per avere il documento valido per l’espatrio di minori ci vogliono le firme di tutti e due i genitori.

Il padre non c’è.

Se è deceduto deve allegare il certificato di morte, se, invece, non ha riconosciuto il bambino alla nascita basta che barri la casella per la firma del padre e firmi accanto.

Lei si chinò sul modulo e scrisse qualcosa.

L’impiegata le diede il documento, lei aprì la borsa tenendola, in bilico, appoggiata sul ginocchio della gamba che aveva alzato e ci cacciò dentro il foglio. Si infilò il piumino, non preoccupandosi di sistemarselo addosso, e rovistò nelle tasche controllando che non le mancasse nulla.

Col piumino slacciato e la borsa a tracolla uscì dalla sala.

Sorridendo.

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